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La Villetta per Cuba

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Origini del femminismo cubano: las mambisas

Origini del femminismo cubano: las mambisas

Origini del femminismo cubano: las mambisas

 

Articolo tratto da Agoravox, di Maddalena Celano

 

Il termine mambises (mambí al singolare) è usato per riferirsi ai combattenti indipendenti domenicani, cubani e filippini che nel XIX secolo hanno partecipato alle guerre per la liberazione della Repubblica Dominicana e per l’indipendenza di Cuba e delle Filippine (Guerra dei Dieci Anni [1868-78] e Guerra di Indipendenza di Cuba [1895-98]). L’origine etimologica del termine è ancora incerta, potrebbe derivare dall’africano bantù, dalla radice -mbi che indica “ribelle”. Tuttavia nell’immaginario popolare il termine è stato applicato alle persone che hanno combattuto per l’indipendenza durante una qualsiasi delle guerre d’indipendenza cubane. La parola mambí è associata a Juan Euthinius Mamby, noto come Eutimio Mambí. Mamby era un ufficiale spagnolo nero che disertò per combattere con i dominicani contro gli spagnoli a Santo Domingo nel 1846. Mentre Mamby e i suoi uomini guadagnavano fama, i soldati spagnoli iniziarono a riferirsi a loro come gli “uomini di Mamby”.[1] Anche Miguel Barnet nel suo libro Cimarrón: Historia de un esclavo ritiene che l’etimologia della parola mambí sia sconosciuta, ma si pensa sia di origine africana.[2]Secondo I. Bajini, l’esperienzamambisas, soprattutto i prodotti letterari e le varie mitologie ispirate a quest’esperienza, costituiscono l’humus politico e ideologico su cui s’innesta il “ribellismo” latino-americano e le successive esperienze rivoluzionarie:

 

(…) alla fine del 1963 il giovane Barnet apre il giornale e viene colpito dalla foto di Esteban Montejo, un centenario che in gioventù era stato schiavo e cimarrón, ovvero si era dato per più di dieci anni alla macchia, per reintegrarsi volontariamente nella società soltanto dopo il decreto di abolizione della schiavitù. Il Barnet etnologo decide di andare da lui “a buscar eso que no estaba en los libros de Historia con relación al tema negro en Cuba y la esclavitud”, ma fin dal primo incontro il Barnet poeta comprende che “Montejo era una vida importante, anónima, de la historia de Cuba y que había que rescatarla” (Barnet: Los caminos del cimarrón).

E così, dopo due anni di incontri, registrazioni e trascrizioni, nel 1966 vede la luce Biografía de un cimarrón (in italiano Autobiografia di uno schiavo) novela-testimonio la cui formula ibrida, che permette di rielaborare zone della realtà in un ambito romanzesco con l’ambizioso obiettivo di non intaccare l’oggettività del materiale narrato, sarà poi presa a modello da altri autori cubani e ispano-americani, occupando uno spazio significativo nel panorama letterario degli anni ‘70 e ‘80. L’operazione di Barnet, che riscuote un grandissimo successo dentro e fuori Cuba, risponde in modo esemplare alle aspettative del governo rivoluzionario e si direbbe anzi direttamente ispirata a un suggerimento del Comandante:

En días recientes nosotros tuvimos la experiencia de encontrarnos con una anciana de 106 años que había acabado de aprender a leer y escribir y nosotros le propusimos que escribiera un libro. Había sido esclava y nosotros queríamos saber cómo un esclavo vio el mundo cuando era esclavo, cuáles fueron sus primeras impresiones de la vida, de sus amos, de sus compañeros. Creo que esta vieja puede escribir una cosa tan interesante como nin- guno de nosotros podríamos escribirla sobre su época y es posible que en un año se alfabetice y además escriba un libro a los 106 años. ¡Esas son las cosas de las revoluciones! ¿Quién puede escribir mejor que ella lo que vivió el esclavo y quién puede escribir mejor que ustedes el presente? Y ¿cuánta gente empezará a escribir en el futuro sin vivir esto, a distancia, recogiendo escritos? (Castro, 1961)

È indubbio che la testimonianza di un ex schiavo fosse perfetta per rafforzare un’interpretazione della storia cubana come processo ininterrotto della lotta rivoluzionaria iniziata dalle forze popolari nella seconda metà dell’800. Restava un problema di autoría: Fidel Castro, sull’onda dell’entusiasmo “alfabetizzatore”, ipotizzava improbabili autobiografie scritte dai diretti protagonisti; Miguel Barnet, invece, più pragmaticamente, si elegge portavoce (…) un uomo dalla biografia ideale nella sua pur dimessa normalità, in un crescente coinvolgimento dove il proprio ruolo di mediatore culturale si confonde con quello – dichiarato – di figlio spirituale.[3]

 

L’origine di questo termine fu una conseguenza del movimento di Restaurazione della Repubblica Dominicana, il 16 agosto del 1865. La Repubblica Dominicana era stata annessa all’Impero Spagnolo nel 1863. Gli ufficiali e i soldati spagnoli, chiamavano “mambises” gli insorti. Sembra che nella Repubblica Dominicana combattessero solo cubani –schiavi, neri e mulatti, o proprietari terrieri come Carlos Manuel de Céspedes, noto come il padre della nazione cubana. Vale la pena ricordare la partecipazione alla guerra di indipendenza di Cuba di ufficiali e di soldati di altri paesi, come Henry Reeve, noto come El Inglesito, il polacco Carlos Roloff, il peruviano Leonuo Prado e il dominicano Máximo Gómez. Quest’ultimo, noto come Generalissimo, è considerato l’autore della prima carica di machete (il machete fu una delle armi più usate) dell’Esercito Cubano di Liberazione, che sarebbe diventata una delle tattiche di guerra principali dei mambises. Il Generalissimo fu proposto candidato alla Presidenza della Repubblica, ma non accettò. Altri ben noti capi mambises furono i generali Antonio Maceo, che si distinse per il suo coraggio e il suo talento militare, nonché per il suo protagonismo nella protesta di Baraguá, e Guillermo Moncada, il cosiddetto Giant Ebano. Quattordici donne hanno affermato l’onore femminile in guerra: nove donne mambisas, che hanno ottenuto la nomina di capitano, una donna divenuta comandante nell’Esercito Liberatore di Cuba, e altre quattro che meritavano, ma non hanno ricevuto, il grado generale.[4] Tra le più note a Cuba annoveriamo Gabriela de la Caridad Azcuy Labrador – «Adela» – nata il 18 marzo 1861 presso la tenuta Ojo de Agua a Viñales, provincia di Pinar del Río. Durante la guerra era un’infermiera e una farmacista. Ha partecipato a 49 battaglie. Fu promossa al grado di capitano, morendo poi il primo gennaio 1914. Ricordiamo anche Ana Cruz Aguero, nata a Las Tunas il 26 luglio 1840, che sparava col cannone in battaglia e che creò un ospedale da campo nella sua casa. Fu promossa a capitano dal generale José Manuel Capote. Morì il 21 gennaio 1936. Un’altra combattente fu Rosa María Castellanos e Castellanos (più nota come Rosa la Bayamesa). nata a Bayamo, in provincia d’Oriente (Cuba), in un giorno non specificato nel 1834.[5] Prima di entrare in guerra era una schiava che ottenne la libertà combattendo nella Sierra Maestra. Ha creato il più grande ospedale di guerra cubano durante le lotte dell’indipendenza, a San Diego del Chorrillo, 20 chilometri a nord-ovest di Santa Cruz del Sur. Fu il Generalissimo Máximo Gómez che la promosse personalmente al grado di capitano. Nel 1895 aveva già 60 anni e il Generale la scelse per dirigere un nuovo ospedale militare, chiamato Santa Rosa in suo onore. Alternò il lavoro d’infermiera con quello di soldatessa. Morì a Camagüey, il 25 settembre 1907. La soldatessa Trinidad Lagomasino Álvarez – le date di nascita e di morte sono sconosciute – era originaria di Sancti Spíritus e fu messaggera clandestina degli insorti nel 1895. Ha sempre agito da sola ed è conosciuta come “La Solitaria”. Ha lavorato come messaggera personale anche del Generale Máximo Gómez. Lo stesso Generalissimo la promosse al grado di capitano. Morì nell’anonimato a Sancti Spíritus nei primi anni della Repubblica.[6] L’unico caso di donna promossa a comandante fu quello di Mercedes Sirvén Pérez-Puelles. Era una donna, per il periodo storico, molto acculturata che aveva ottenuto un dottorato in farmacologia. Nacque a Bucaramanga, in Colombia, da genitori cubani emigrati. Entrò nelle fila insurrezionali il 5 ottobre 1896, nella città di Holguin. Fondò “una farmacia rivoluzionaria” presso Palmarito, a sud di Las Tunas, per fornire medicinali e bendaggi a vari ospedali di guerra fissi e mobili in tutta Holguin. Fu promossa capitano alla fine del 1896 e comandante nel 1897. Morì all’Avana il 25 maggio 1948. Le prime generalesse cubane furono donne come Ana María de la Soledad Betancourt Agramonte, nata il 14 dicembre 1832 a Port au Prince, Camagüey. Si unì con il marito all’Assemblea insurrezionale di Guaimaro proclamando la redenzione della donna cubana. Fu catturata e arrestata il 9 luglio 1871 a Rosalía del Chorrillo. Fu tenuta prigioniera per tre mesi all’aperto, nella savana di Jobabo, come “esca” per attirare il marito, il colonnello Mora. Il 9 ottobre 1871, malata di tifo, fuggì con altri prigionieri e marciò per l’Avana, poi in Messico e in seguito a New York. Nel 1872 visitò il presidente degli Stati Uniti, Ulisses Grant, chiedendo di intercedere per la concessione del perdono agli studenti di medicina cubana imprigionati per l’insurrezione del 27 novembre 1871. Nel novembre del 1875 ricevette la notizia dell’esecuzione del marito. Morì a Madrid il 7 febbraio 1901. Altro nome noto è quello di María Magdalena Cabrales Isaac, nata a San Agustín, San Luis, provincia d’Oriente (Cuba), il 20 marzo 1842. Si sposò con Antonio Maceo il 16 febbraio 1866. Marciò nella giungla con Mariana Grajales durante la gravidanza e quando nacque, con un bambino di pochi mesi. Ha sofferto inoltre la perdita sui monti dei suoi due figli. Ha curato i malati e feriti nei combattimenti. Nel maggio del 1878, alla fine della guerra, è partita per la Giamaica sempre con Mariana Grajales. Ha fondato e presieduto il Club delle Donne Cubane in Costa Rica e in seguito il José Martí Women’s Club di Kingston, in Giamaica. A metà del 1899 tornò a Cuba. Morì nella tenuta dove nacque il 28 luglio 1905.[7]Questi nomi ci dicono che le donne cubane parteciparono attivamente alla lotta anticoloniale, rivendicando contemporaneamente il diritto al voto, al divorzio e al lavoro. La guerra aveva provocato una grande emigrazione, soprattutto negli USA, dove le donne cubane si dedicarono molto alla causa dell’indipendenza dell’isola. Quest’attiva partecipazione femminile sarà premiata con l’ottenimento di una serie di diritti. Dal 1917 le donne a Cuba acquisiscono tutti i diritti giuridici patrimoniali; possono possedere proprietà e possono vendere o amministrare le loro ricchezze senza l’autorizzazione dei genitori o dei mariti. Inoltre, dal 1918 è riconosciuto il diritto al divorzio. Viene promulga, in largo anticipo rispetto al resto del mondo, una legge sulla maternità, una legge che regola il lavoro femminile e che stabilisce uguale salario per donne e uomini che svolgono lo stesso lavoro. Nasce così una moltitudine di organizzazioni femminili, alcune operaie, e persino le donne nere attraverso di esse intervennero attivamente in politica. Dopo il trionfo della rivoluzione contro il dittatore Gerardo Machado, nel 1934 la donna cubana ottieneil diritto al voto. Nel 1939 si realizzò il Terzo Congresso Nazionale delle Donne nel quale finalmente si riuniscono tutte queste organizzazioni, costituendo un fronte che presenterà tutta una serie di proposte e un programma che troverà eco nella Costituzione Cubana del 1940, uno dei documenti della prima metà del secolo XX più progressisti al mondo. La stessa Costituzione, benché di carattere borghese nella sua essenza, dispose l’uguaglianza di tutti e di tutte le cubane davanti alla legge, dichiarava illegale e punibile ogni discriminazione per ragione di sesso, razza, colore o classe e qualunque altro attacco alla dignità umana, stabiliva inoltre il suffragio universale maschile e femminile, ugualitario per tutta la cittadinanza.[8]Proclamava l’uguaglianza dei diritti tra i coniugi nel matrimonio e la piena capacità civile della donna sposata, che non ebbe più bisogno di licenza o autorizzazione maritale per amministrare i suoi beni, esercitare il commercio, lavorare nell’industria, esercitare le professioni, i mestieri o le arti e disporre del prodotto del suo lavoro. Riconosceva anche il diritto della donna all’impiego e a ricevere uguale salario, rispetto agli uomini, per lo stesso lavoro. Purtroppo non tutte le nuove istanze si materializzarono e si creò un’incongruenza tra i diritti proclamati e quelli praticati.[9]

 

[1] The Life and Death of Ignacio Agramonte, La Vida y la Muerte de Ignacio Agramonte, Comite pro museo de Camaguey Ignacio Agramonte, documento pubblicato in spagnolo a Camagüey, Cuba, nel 1941, successivamente tradotto dallo spagnolo all’ inglese nel 2016 da José Prats, disponibile su http://www.camagueycuba.org/vmdeia/vmia.htm, ultimo accesso 09/01/2018.

[2] M. Zeuske, Revista De Indias, Vol. LVIII, n. 212, Università di Colonia, Germania, 1998, su internet:Http://Revistadeindias.Revistas.Csic.Es/Index.Php/Revistadeindias/Article/Viewfile/765/835&A=Bi&Pagenumber=1&, ultimo accesso 25/09/2017

[3] I. Bajini, Con el machete me basta, Memorie di schiavitù e propositi didascalici nellaBiografía de un cimarrón di Miguel Barnet, Università degli Studi di Milano, 2008, su internet: http://club.it/autori/culture2008/10IMPBAJINI.pdf, ultimo accesso 25/09/2017

[4] Dizionario Enciclopedico di Storia Militare di Cuba, Historia Militar de Cuba (1510-1868), Centro de Información para la DefensaMINFAR, su internet:https://www.ecured.cu/Historia_Militar, ultimo accesso 25/09/2017

[5] L. Hernández Serrano, Mujeres en las guerras de Independencia, Juventud Rebelde, 21 agosto del 2009, su internet: http://www.juventudrebelde.cu/cuba/2009-08-21/mujeres-en-las-guerras-de-independencia-/21 agosto 2009 21:11:16 CDT, ultimo accesso 25/09/2017

[6] A. Caner Román, Mujeres cubanas y el largo camino hacia la libertad, Síntesis y conclusiones del Taller de lectura n° 71, Biblioteca Nacional José Martí, agosto de 2004, su internet: http://librinsula.bnjm.cu/1, ultimo accesso 25/09/2017

[7] A. Caner Román, Mujeres cubanas y el largo camino hacia la libertad, Síntesis y conclusiones del Taller de lectura n° 71, Biblioteca Nacional José Martí, agosto de 2004, su internet: http://librinsula.bnjm.cu/1, ultimo accesso 25/09/2017

[8] T.Díaz Canals, Cuba y el feminismo nuestroamericano, CLACSO, Buenos Aires, 2015, su internet:http://biblioteca.clacso.edu.ar/clacso/becas/20150730113613/TeresaDiazCanals.pdf; ultimo accesso 05/07/2017

[9] C. Bianchi Ross, La Costituzione del 1940 (I),Pubblicato su Juventud Rebelde dell' 08/02/15, su internet: https://ilvecchioeilmare.blogspot.it/2015/02/l-costituzione-del-1940-di-ciro-bianchi.html; ultimo accesso 05/07/2017

[10] S. Lamrami, Mujeres en Cuba: la Revolución emancipadora 1/2. Por Salim Lamrani, La Habana (Cuba), 2015, su internet: espanol.almayadeen.net/articles/main/3074/mujeres-en-cuba—la-revolución-emancipadora-1-2—por-salim-l, ultimo accesso 10/05/2017

[11] Ibidem

[13] I. Moya, Situazione e status delle donne, nel processo della rivoluzione cubana, Uno sguardo di prospettiva di genere alla situazione e allo status delle donne, nel processo della rivoluzione cubana,Centro di Cultura e Documentazione Popolare - popoli resistenti - Cuba - 25-05-09 - n. 275, su internet: http://www.resistenze.org/sito/te/po/cu/pocu9e25-005087.htm; ultimo accesso 05/07/2017

 

 

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